il d’anno

Il danno è spavento, fa spavento. Spavento che diventa sgomento se penso a cosa stiamo assistendo, alla piega che stiamo prendendo, la piaga contemporanea, la disunione: siamo divisi, così qualcuno impera. Il danno è il risultato, il sintomo, di una maldestra scelta politica che continua ad evitare di affrontare in maniera sistematica, dura e coerente alcuni punti cruciali che hanno già determinato cambiamenti enormi, su larga scala, forse lo si vuole fare e non si è capaci, forse non lo si vuole fare, non posso dirlo ma posso dire che il paradosso tecnologico,  il protagonismo sfrenato che l’avvento dei social network ha generato e il capitalismo estremo e spietato che stiamo subendo sono le vere cause di questo enorme danno che ci portiamo dietro da troppo tempo. Come una tosse che non passa mai, cronica, costante, precisa, il danno cresce e si fa scudo di quel paradosso tecnologico ovvero, la coesistenza di molti vantaggi e di altrettanti svantaggi insiti nello sviluppo vertiginoso della tecnologia e dell’innovazione digitale che hanno stravolto prepotentemente le vite di tutti noi negli ultimi 30 anni. La tecnologia, infatti, da una parte ha aiutato senza ombra di dubbio l’uomo a superare ostacoli e barriere fisiche e mentali che, in assenza di essa, sarebbe stato impossibile superare, ci aiuta a vivere una vita più ricca di informazioni e stimoli che altrimenti non avremmo potuto avere, ma allo stesso tempo ci toglie una delle cose più importanti per l’essere umano: l’esperienza delle cose della vita e quindi la vita stessa. Questo uso della tecnologia ci costringe ad una solitudine forzata, rende l’esperienza diversa, passiva, e sempre più spesso la sostituisce, soprattutto per la sua feroce immediatezza. Restiamo, re siamo, sovrani, stretti in una prigione che continuiamo a costruire ma che più cresce e meglio rimpicciolisce, intorno a noi, aderisce quasi come una seconda pelle da cui è impossibile evadere. Noi tutti siamo parte di un collettivo, una specie primordiale, e più ci separiamo, più ci indeboliamo e più ci indeboliamo, più cerchiamo di sopperire a queste debolezze con la tecnologia, da qui il paradosso, il circolo vizioso che è difficile spezzare proprio perché manca l’esperienza. E il cerchio si chiude, ci chiude, non ci chiede e ci lascia soli, annoiati, in cerca di approvazione, di proseliti, ancora e ancora ora. Il danno si fa supporto e potenza solo se nutrito dell’errore, errore come accumulo istintivo di esperienze, così come gli animali (che a volte ragionano meglio dell’uomo) fanno tesoro, anche a costo della vita di un singolo o più di uno, generano un bagaglio che servirà a loro e più di tutto a quelli dopo di loro. È una questione di responsabilità, dobbiamo smettere di prevenire l’errore, di reprimere lo sbaglio, di venire prima delle conseguenze. Perché è lì, nell’imprecisioni, nelle mancanze che dobbiamo (ri)trovare la giusta direzione e dobbiamo accettare che la ricompensa, sarà di quelli che verranno, figli nostri, figli di tutti. Quando qualche anno fa sono diventato padre, pensavo che il mio compito fosse quello di proteggere mio figlio, di salvarlo dal male, di custodirlo per la vita. Poi le situazioni, gli errori, le malattie e le gioie improvvise, mi hanno fatto capire che, seppur banale un manuale non esite, che non c’è una regola imprescindibile, ma più di tutto mi hanno aiutato a capire che non era nato mio figlio ma che mi era nato un figlio al quale io, inevitabilmente, potevo mostrare solo la strada da percorrere. Così quando è nato il secondo, tutto è stato più consapevole, spontaneo, istintivo.  Allora torniamo animali, ricostruiamo il recinto, allarghiamo il territorio. Rapaci, capaci, capaci lo siamo sempre stati, capaci come vuoti da riempire e non solo già pieni di nozioni da memorizzare, ripetere e conservare. Il danno è promessa, è una speranza messa prima, una previsione, a prima vista, figlia di tutto quello di cui l’essere umano non ha bisogno, ma è anche il carburante che rinnova il movimento, risolleva il rischio, fa ritornare la passione, la voglia di agire senza patria né padrone, senza bandiera né confine. Il danno, per me, è tutto quello che l’emozione sa descrivere col niente, il danno è tutto qui.