io sono punessa

C’è un sacco di gente che ha scoperto la fotografia analogica. E si vede. Dappertutto. Purtroppo.

Non che sia un male riscoprire le radici della fotografia. Il problema è già dividerla in analogica e digitale come se fosse una gara. Come se da una parte ci fossero i puri e dall’altra i traditori. Come se la pellicola fosse una medaglia e il sensore una vergogna. È come comprare l’ennesimo libro sul momento decisivo, scattare la foto alla copertina e pubblicare su Instagram #bressonmaestrodivita. Senza mai aprirlo, quel libro. Senza mai leggerlo.**Io sono vent’anni che scatto, sbaglio, riprovo, fallisco, sperimento e ricomincio. E non so ancora se ci ho capito molto di fotografia. E allora ci rimango male. Perché ormai è di moda scattare in analogico. È diventato qualcosa da fare per vincere la noia e per giustificare il portafoglio di papà, sempre pieno, sempre pronto a farti sentire al centro dell’attenzione.

Una moda da ricchi annoiati. Cazzo, qualcuno doveva pur dirlo. Eccomi qua. Mi assumo io questa responsabilità. Per molti avrò scoperto l’acqua calda. Agli altri dovrò spiegare cosa significa scoprire l’acqua calda.

Ma non è colpa loro. La fotografia analogica è diventata una specie di pesca di beneficenza. Dove molti ci marciano vendendo pellicola cinematografica ribobinata come se fosse Tavernello riversato in una bottiglia di Barolo. (A me il Tavernello piace, ma questa è un’altra storia.) Altri fanno sembrare lo sviluppo un processo simile alla fissione nucleare e ci organizzano i workshop. Paghi, vieni, impari. Bellissimo. Peccato che la maggior parte dei workshop ti insegni a sviluppare il rullino. Non a riempirlo. Ti insegnano la chimica, le temperature, i tempi. Non ti insegnano a guardare. Non ti insegnano ad aspettare. Non ti insegnano a stare fermo davanti a qualcosa finché non capisci cosa ti sta dicendo. Ormai si vende tutto. Tutto diventa un corso, una masterclass, un’esperienza formativa. Finiremo per avere workshop su come aprire la porta del frigo. Su come togliersi le caccole dagli occhi senza usare le mani. Certificato incluso.

E altri ancora rivendono vecchie compatte di plastica come se fossero piccoli vasi sumeri. Sai cosa erano le compatte quando sono uscite? Erano le macchinette da dare ai bambini. Ai principianti. A quelli che non dovevano farsi troppe domande. Metti il rullino, premi il tasto, vai. Nessuna scelta. Nessun diaframma. Nessun tempo di esposizione. La macchina pensava per te perché tu non dovevi pensare. Erano l’opposto della fotografia consapevole. Oggi le stesse macchine le trovi su eBay a 500 euro. Cinquecento euro per un pezzo di plastica che tua nonna trovava nel fustino del detersivo per il bucato. Ma siccome le ha usate il personaggio giusto nel film giusto, adesso sono oggetti di desiderio. Adesso sono status. Adesso sono identità. Compri la macchina e compri il personaggio. Peccato che il personaggio del film, oltre a pulire i cessi, sapeva anche leggere. Sapeva aspettare. Sapeva stare fermo a guardare la luce che cambiava senza sentire il bisogno di immortalarla.

E allora ci rimango male. Perché dovremmo parlare di cosa abbiamo da dire con una fotografia. Di come lo vogliamo dire. Di perché scegliamo un rullino invece di un sensore. Di cosa cambia dentro di noi quando aspettiamo il risultato invece di vederlo subito. E invece siamo preoccupati di vedere le scansioni il prima possibile. Per pubblicare velocemente su Instagram gli scatti migliori. Le scansioni dei rullini sono come gli spermatozoi nel fazzoletto prima di cadere nel water. Un potenziale enorme miseramente finito in un rettangolo da 1200 pixel di base.

Attenzione. Anch’io mi faccio le seghe, non solo quelle mentali. Ma questo non vuol dire che non posso criticare chi sta trasformando la fotografia in un luna park. E non vi sto ancora parlando delle immagini generate dall’intelligenza artificiale, perché oltre che rimanerci male mi viene il vomito. In mezzo a tutto questo casino so che esiste ancora qualcuno che la fotografia la usa per dire qualcosa. Per lasciare una traccia. Per fermare un momento che altrimenti sarebbe sparito per sempre. Esistono ancora. Li conosco. Li riconosco. Ma sono sempre più soli.

Non vi chiedo di seguirmi. Non vi chiedo di partecipare al mio workshop, che per paura di chiamarlo tale lo faccio principalmente gratis e a volte ci rimetto anche qualcosa. Vi chiedo di farvi sentire. Di uscire allo scoperto. Di provare a ricostituire quel senso pulito e pieno di comunità che manca. E perché no, rifarlo attraverso la fotografia. Analogica o digitale che sia.

Io sono punessa e la p è volutamente minuscola.

Voi?